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DYSFLEXION: dieci identità in trasformazione sulla passerella di Istituto Marangoni Milano

22 Settembre 2026

Intervista di Elena Viccari

A Milano, l’identità non è più una forma da definire, ma una materia da attraversare.

È questo il punto di partenza di DYSFLEXION, il Fashion Show 2026 di Istituto Marangoni Milano, andato in scena il 21 settembre negli spazi di Palazzo Turati, in occasione dell’apertura della MFW. Dieci designer del terzo anno del corso di laurea in Fashion Design & Accessories hanno portato in passerella altrettante interpretazioni di un tema profondamente contemporaneo: la possibilità di essere molteplici, mutevoli, contraddittori.

Il titolo nasce dall’incontro tra riflesso e disflesso, suggerendo un’identità che non procede secondo una linea definita, ma si piega, devia, si ricompone. Non esiste una forma conclusiva, così come non esiste un’unica versione di sé. La moda diventa allora uno spazio di esplorazione, un luogo in cui il corpo può assumere nuove geometrie e l’abito smette di essere soltanto superficie per diventare strumento di ricerca.

DYSFLEXION è il risultato di un percorso che ha coinvolto oltre 200 studenti del terzo anno, arrivando a una selezione di 30 finalisti e, successivamente, ai dieci protagonisti dello show. A decretare la selezione una giuria composta da professionisti del settore, tra cui Marco Rambaldi, Galib Gassanoff, Satoshi Kuwata, Gregory de la Hogue Moran, Youwie Roes, Marco Carrieri, Chiara Allegri e Paola Sandrini.

Più che una semplice celebrazione del talento emergente, il progetto restituisce il ritratto di una generazione che guarda alla moda come a un sistema da interrogare. Ricerca, metodo, sperimentazione e pensiero critico diventano parte integrante del processo creativo, mentre l’identità viene osservata attraverso la materia, il gesto, la memoria e la trasformazione.

Le dieci collezioni attraversano territori molto diversi, ma condividono una stessa tensione verso la trasformazione.

In What’s Hidden Behind a Pleat, Alessandro Bonasi utilizza la torsione come dispositivo progettuale. Drappeggi e asimmetrie modificano la silhouette e rivelano funzioni nascoste, mettendo in discussione la distinzione tra ciò che un capo mostra e ciò che conserva al proprio interno. Il risultato è un guardaroba genderless in cui la costruzione diventa parte stessa del racconto.

Alice Altea Molteni, con M ª T T O, guarda invece all’eleganza attraverso una lente ironica e libera dal giudizio. Il cinema italiano degli anni Sessanta incontra l’universo di Pino Pascali in una collezione fatta di dettagli artigianali, pixel trasformati in perline e improvvise incursioni di rosa. L’unicità non viene dichiarata, ma costruita attraverso il gioco.

La materia diventa protagonista in Prima che la materia ceda di Antonio Rotolo, una riflessione sull’istante in cui due forze opposte si incontrano. L’energia della fusione e la fotografia di Gary Winogrand diventano riferimenti per una collezione in cui la figura femminile si muove tra forza e fragilità, controllo e spontaneità.

Con Nature’s Half Life, Benedetta Battaglia affronta la trasformazione come conseguenza di una frattura. Il concetto di half life diventa metafora di ciò che accade dopo un evento traumatico: la materia cambia, la memoria resta, l’imperfezione acquista valore. Volumi organici e lavorazioni artigianali raccontano una forma di rinascita lontana dall’idea convenzionale di perfezione.

È più intima la dimensione di Ancora cinque minuti di Giulia Travaglini, costruita attorno a quella sospensione che precede un distacco. Superfici consumate, materiali fluidi e frammenti di memoria quotidiana restituiscono una sensibilità quasi tattile. La collezione nasce dal desiderio di trattenere qualcosa proprio mentre sta per sfuggire.

In L’Appuntamento, Gongyi Guo esplora il rapporto con l’altro come riflesso del rapporto con se stessi. Architettura e gesto, rigore e istinto convivono all’interno di una tensione che non cerca necessariamente una soluzione. Gli opposti possono coesistere e, proprio nella loro collisione, produrre equilibrio.

Matilde Gonella, con I Gesti che non Abiti, parte dall’immaginario fotografico di Miles Aldridge per costruire una realtà apparentemente perfetta e domestica, destinata però a incrinarsi dall’interno. Silhouette rigorose e dettagli che ne alterano la percezione raccontano un processo di emancipazione in cui colore e immaginazione diventano strumenti di libertà.

Il principio del fare e disfare è invece alla base dell’omonima collezione di Sara Madella. In Fare e Disfare, il ready-made e il decostruttivismo incontrano il lavoro dei fratelli Castiglioni attraverso tagli, pieghe e asimmetrie che scompongono e ricompongono gli oggetti quotidiani. L’abito diventa così un processo aperto, una forma in continua costruzione in cui progettazione e memoria si sovrappongono.

La musica prende corpo in Esonia di Sofiia Jessome, dove suono, ritmo ed emozione vengono tradotti in silhouette, texture e movimento. Tra caos e armonia, la collezione attraversa memoria e nostalgia per trasformare ciò che normalmente rimane invisibile, il paesaggio della coscienza, in una forma fisica.

Chiude il percorso Le Paradis Surréaliste di Ziming Quan, un universo sospeso tra futurismo e sogno. L’immaginario degli anni Sessanta incontra origami e suggestioni surrealiste attraverso forme geometriche, figure animali e una palette in bianco e nero. Una realtà alternativa, rigorosa e insieme straniante, in cui il corpo sembra appartenere a un tempo ancora da inventare.

DYSFLEXION non si esaurisce però nel momento della passerella. Ad ampliare il progetto è CODEX, estensione editoriale che rilegge fotograficamente le collezioni e ne restituisce la ricerca attraverso un linguaggio diverso. Il fashion show diventa così anche archivio e documento, spostando l’attenzione dal singolo look al processo creativo che lo ha generato.

A completare la costruzione visiva dello show, la collaborazione con L’Oréal Italia, con L’Oréal Professionnel per l’hair styling e la Divisione Lusso per il make-up, insieme a Great Lengths per lo styling extension, Amal Embroideries per il ricamo e Bonaudo per la sperimentazione delle lavorazioni in pelle.

In questo intreccio tra formazione, ricerca e industria, DYSFLEXION restituisce una fotografia di ciò che può essere oggi un percorso di fashion design: non soltanto imparare a costruire un abito, ma sviluppare un sistema di pensiero capace di mettere in discussione la forma prima ancora di crearla.

A chiudere il progetto arriva il riconoscimento di Best Fashion Project of the Year, assegnato a Sara Madella per Fare e Disfare. Una collezione che, attraverso la scomposizione e ricomposizione dell’oggetto quotidiano, traduce in abito l’idea stessa di trasformazione che trafigge DYSFLEXION: fare, disfare e ricominciare, senza che la forma debba mai considerarsi definitiva.