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FRAGILIS ANIMA

26 Giugno 2026

Intervista di Elena Viccari

La moda, nella sua forma più radicale, non nasce dall’urgenza di creare qualcosa di nuovo. Nasce dalla necessità di dare un corpo a ciò che non ha forma. Un ricordo. Un’assenza. Una ferita.

È da questo spazio sospeso che prende vita Fragilis Anima, una capsule collection che non interpreta la fragilità come una condizione da nascondere, ma come una forza capace di ridefinire il linguaggio del corpo. Ogni capo nasce dall’incontro tra memoria personale e ricerca progettuale, trasformando l’abito in un luogo di permanenza emotiva, dove materia e sentimento convivono senza gerarchie.

Il percorso della designer inizia molto prima delle aule della NABA. Inizia accanto a sua nonna, osservando il ritmo silenzioso della sartoria domestica, il gesto ripetuto dell’ago che attraversa il tessuto, il tempo lento dedicato alla costruzione di qualcosa destinato a durare. È lì che comprende come la moda non sia semplicemente estetica, ma un linguaggio fatto di cura, precisione e memoria. Successivamente, la formazione artistica e progettuale consolida questa visione, portandola a concepire ogni abito come un’architettura: un equilibrio rigoroso tra costruzione tecnica, volumi, manipolazione e comfort. Per lei il corpo non deve adattarsi all’abito; è l’abito che deve diventare uno spazio capace di accogliere il corpo.

Fragilis Anima rappresenta la sintesi di questo percorso, ma soprattutto nasce da un evento che modifica profondamente lo sguardo sul mondo: la perdita della nonna. Da quell’assenza prende forma un limbo emotivo in cui convivono due stati apparentemente inconciliabili, la vulnerabilità e la resistenza. Invece di cercare una risposta, la designer sceglie di costruire una materia capace di contenere entrambe.

Il dualismo diventa così il principio fondante della collezione. Non più forza contro fragilità, maschile contro femminile, leggerezza contro struttura, ma sistemi complementari che trovano significato solo nella loro coesistenza. I codici tradizionali vengono sovvertiti: tessuti impalpabili, trasparenti e delicati abitano silhouette maschili, mentre materiali più rigidi, compatti e strutturati attraversano il guardaroba femminile. Non è una provocazione estetica, ma una riflessione sulla natura umana. La vulnerabilità non appartiene a un genere. La forza non è mai assoluta.

Ogni tessuto diventa una superficie narrativa. Il leggero espone, il pesante protegge. Il trasparente lascia filtrare la luce, l’opaco la trattiene. È nella loro relazione che prende forma il racconto.

La ricerca creativa si sviluppa innanzitutto attraverso la materia. Prima dei bozzetti esistono centinaia di prove, manipolazioni, sperimentazioni manuali. Ogni intervento sul tessuto nasce dalla volontà di tradurre un’emozione in un comportamento fisico della materia. L’elastico inserito nella bobina comprime il tessuto come un ricordo custodito. L’eco-pelle modellata a caldo assume la rigidità di una corazza che conserva ancora la memoria della sua flessibilità. La tuta grigia, ottenuta attraverso una lavorazione di bollitura con elastici e tappi, racconta una fragilità ancora trattenuta che lentamente trova il coraggio di espandersi. Il plissé maschile, interamente cucito a mano, diventa esercizio di disciplina, mentre i cordini inseriti nell’abito rosa generano pieghe organiche che sembrano respirare insieme al corpo. Lo sfilacciamento dell’abito beige conclude questo percorso lasciando emergere una materia che non combatte più la trasformazione, ma la accoglie.

Ogni manipolazione è unica. Nessuna viene ripetuta nello stesso modo. È proprio in questa irripetibilità che la collezione trova la propria identità. Non esiste un capo manifesto, perché ogni look rappresenta una fase diversa dello stesso viaggio interiore. Insieme costruiscono una narrazione in cui la materia diventa linguaggio e il dettaglio sostituisce la parola.

L’artigianalità assume qui un valore che supera la tecnica. Ogni gesto manuale conserva il tempo necessario alla sua realizzazione. Ogni imperfezione testimonia la presenza della mano. In un sistema produttivo che tende alla velocità e alla serialità, Fragilis Anima rivendica il diritto alla lentezza, alla costruzione paziente, all’unicità.

La collezione si rivolge a chi rifiuta le definizioni rigide, a chi riconosce nell’abito un’estensione della propria interiorità piuttosto che un semplice oggetto estetico. È pensata per individui che abitano le contraddizioni senza cercare di risolverle, che comprendono come la sensibilità possa essere una forma di resistenza e come la vulnerabilità rappresenti spesso la più autentica manifestazione della forza.

In un tempo che celebra continuamente l’invulnerabilità, Fragilis Anima sceglie di mostrare la crepa. Non per esaltare la sofferenza, ma perché è proprio attraverso quella frattura che la luce trova il modo di attraversare la materia.

L’abito smette così di essere una superficie che copre il corpo.

Diventa il luogo in cui il corpo può finalmente riconoscersi.